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Vino friulano

Il legame del friulano con il suo vino è assai antico e di fatto, inscindibile. Erodiano, storico romano, faceva riferimento alla coltivazione della vite nella zona del Goriziano già nel 238 a.C. Di certo con la fondazione di Aquileia (181 a.C.) fu contestualmente avviata la coltivazione di numerosi vigneti. Troviamo conferme di questi impianti in alcuni testi di Tito Livio, Strabone e dello stesso Erodiano. Altrettanto veloce sembra essere stata anche la commercializzazione del prodotto finito, il vino, grazie all’importante porto fluviale di cui Aquileia venne in breve tempo dotata.

Plinio il Vecchio, scrittore romano vissuto nel I° secolo d.C., racconta che l’imperatrice Livia Drusilla Claudia, moglie di Augusto, attribuiva la sua salute al vino friulano “Pucino” (si ritiene si tratti di un “prosecco” derivato dal un vitigno a bacca bianca denominato oggi “Glera”). Grazie anche a questo vino, l’imperatrice giunse alla veneranda età di 87 anni, caso assai raro per quei tempi.

I vigneti nel frattempo si estesero anche in collina dove trovarono terreni maggiormente adatti alla coltivazione della vite e di conseguenza portarono alla produzione di vini di migliore qualità.

Solamente la crisi dell’impero romano porterà ad un declino della produzione (specie nelle zone pianeggianti). Tale decadenza perdurò fino all’arrivo dei Longobardi. Questi, riservarono molta attenzione alla coltivazione della vite, tanto da portare alle rimozione di numerose aree boschive in prossimità delle colline. Il vino diverrà così simbolo di prestigio. Perfino nell’Editto di Rotari (643 d.C.) troviamo un riferimento a questo prodotto: venivano infatti disposte pene severissime a chi veniva trovato a rubare più di tre grappoli d’uva!

La caduta dei Longobardi non segnerà il decadimento della coltivazione della vite. Saranno infatti i Patriarchi di Aquileia a favorire ulteriormente il commercio del vino che ormai veniva “esportato” in tutti i paesi tedeschi. Il vino veniva utilizzato come merce di scambio, come pagamento di debiti e tributi. Più tardi, il vino friulano raggiungerà anche la Francia, l’Inghilterra e il Nord Europa. Nel 1368 il Petrarca racconta di aver visto bere sei botti di buonissimo vino friulano (probabilmente di Ribolla) ad un banchetto offerto in onore di Carlo IV del Lussemburgo, re del Sacro Romano Impero. La Ribolla, il Piccolit ed il Refosco erano tra i vini maggiormente conosciuti.

Al tempo della conquista veneziana del Friuli (1420), il vino sarà considerato come la principale ricchezza di queste terre. Negli anni che seguirono le numerose carestie ed i ripetuti saccheggi portarono ad un ridimensionamento della coltivazioni tanto che nel 1549, il luogotenente della Serenissima fu costretto a vietare espressamente il danneggiamento delle viti, in quanto risorsa di sostentamento di Udine e delle terre circostanti. Solo nel 1681 vi fu un nuovo importante incremento della produzione vinicola: le cronache del tempo narrano che in quell’anno non vi furono botti a sufficienza per contenere tutto il vino prodotto.

Nel Settecento vi fu una presa di coscienza generale dell’importanza della produzione vinicola regionale che poteva ormai vantare una qualità invidiabile: lo stesso Carlo Goldoni nel 1726 parlava dei vini friulani come “vini eccellenti”. Numerosi furono i provvedimenti di Venezia a protezione dei vini autoctoni compresi i dazi nei confronti di vini “stranieri”.

Agli inizi dell’Ottocento, grazie a ricerche e sperimentazioni, la qualità e la quantità delle produzioni era stata ancora migliorata. Purtroppo dopo la metà dell’Ottocento tre malattie colpirono pesantemente l’intero settore. Nel 1852 faceva la sua comparsa l’oidio (una muffa bianca). Nel 1881, il Goriziano, fu colpito dalla peronospora. Infine, nel 1888, sarà la volta della Fillossera, un insetto che portò alla scomparsa di molte varietà. Di certo resistettero il Cividino, il Picolit, il Refosco, la Ribolla ed il Verduzzo.

La minor produzione autoctona costrinse molte attività di ristorazione ad importare vini dal meridione d’Italia, in particolare dalla Puglia, per poi “tagliarli” con i vini locali. Il termine “tajùt” sembra derivare proprio da questa particolare mescola di vino che un tempo era realizzata con vini di bassa gradazione, che venivano “tagliati” con vini più corposi.

L’inizio del Novecento vide comunque una progressiva rinascita dei vigneti. Il settore vitivinicolo fu sostenuto, a partire dagli anni 60, da importanti interventi finanziari che aiutarono la sistemazione di 23 mila ettari di vigneto specializzato. Veniva così coniato, non ha torto, lo slogan: “un vigneto chiamato Friuli”.

Oggi, come un tempo, la produzione vinicola friulana si colloca all’interno di un mercato di alta qualità.

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